// redirect verso una risorsa esterna al sito filippobrunetti.it - report - Esperamos en Colombia
filippobrunetti.it
filippobrunetti.it
www.filippobrunetti.it   > report > 2011 > Esperamos en Colombia
Italiano English
ESPERAMOS EN COLOMBIA
Grande idea quella di andare in Colombia!
In questo fantastico paese puoi trovare fiumi meravigliosi ed inesplorati, un clima assolutamente perfetto, paesaggi mozzafiato e belle donne.
Tuttavia se hai in mente di organizzare un viaggio in Colombia devi cominciare da subito ad armarti di pazienza: nulla laggiù è semplice, dall'ordinare una colazione a trovare un autista per raggiungere l'imbarco del fiume.
Questo lo abbiamo capito fin da subito quando, scesi dall'aereo, abbiamo visto arrivare solo un kayak su quattro e nessuna pagaia!
I primi quattro giorni, trascorsi nella decadente città di Bogotá tra aeroporto e ostello, si possono riassumere in una frase: "¡Espera! Estamos en Colombia!", non è strano che in spagnolo la parola "espera=aspetta" sia così simile all'italiano "spera"??
SAN GIL
Alla fine, senza pagaie ma per fortuna con tutte le canoe, ci siamo dovuti rassegnare a partire alla volta di San Gil (6°33'6"N, 73°7'52"W). Scelta obbligata dal momento che questa città rappresenta la capitale colombiana dell'outdoor, l'unico posto, quindi, dove avremmo potuto sperare di trovare le pagaie per cominciare il viaggio, ma che si è rivelata anche una vera miniera di fiumi di ogni genere.
Naturalmente, visto l'assunto di partenza che in Colombia niente è facile, anche trovare 4 pagaie in un paese di 3500 abitanti e 16 compagnie di rafting non è stato per niente semplice e ci ha fatto perdere un altro giorno oltre a tantissima pazienza! La sera del 5 gennaio, quasi al momento di concludere l'affare, siamo stati interrotti dalla fatidica chiamata dall'aeroporto che annunciava l'arrivo delle nostre adorate pagaie; Mario avrebbe dovuto correre completamente nudo per le strade di San Gil, per mantenere il voto fatto in un momento di sconforto per le pagaie disperse. Dal canto mio mi ero impegnato a ripercorrere, assieme ad Alex, i circa 400 km (8 ore di pullman) che ci separavano da Bogotá, naturalmente andata e ritorno con soltanto il tempo di una birra all'ostello tra un viaggio e l'altro.
Per tutte le info sui livelli e su come raggiungere imbrachi e sbarchi, ci siamo affidati a Cesar, capo della prima compagnia di rafting aperta a San Gil: Colombia Rafting Expediciones. Un ragazzo veramente affidabile e simpatico, se preso in uno dei rari momenti in cui non è impegnato a mandare avanti la sua base.
Non considerando degna di nota la "rafting session" del rio Fonce del 6 gennaio, il primo vero fiume disceso è stato l'upper rio Mogoticos, uno degli affluenti del rio Fonce.
Il Mogoticos è un creek classe IV - V continuo, completamente immerso nella giungla di una valle da film. Purtroppo l'avventura si è dovuta concludere prima del previsto a causa della rottura di 2 pagaie, in meno di 20 minuti, per fortuna proprio in corrispondenza dell'unico ponte incontrato in chilometri di fiume…
Quando avevo sentito parlare di "huge volume river" non mi rendevo conto di cosa volesse effettivamente dire, nemmeno quando mi sono trovato sul ponte dell'imbarco del rio Suarez (6°26'56"N, 73°18'23"W) avevo capito molto bene le implicazioni e ho continuato a sottovalutare la cosa. C'è voluta la prima uscita in corrente perché mi fosse chiaro che non si scherzava, in pochi secondi l'enorme portata d'acqua mi aveva trascinato a valle per decine di metri senza darmi nemmeno il tempo di reagire!
La sensazione di essere piccoli, piccoli in un fiume enorme l'avevo già provata nel mio Adige in occasione delle grandi piene, ma qui era tutta un'altra cosa. La portata era maggiore (circa 700 m3/s) e il dislivello pari a quello di un fiume di montagna.
Le ondate arrivavano da tutti i lati come in un mare in tempesta ed a stento riuscivo a tenere d'occhio i miei compagni. Alla prima morta disponibile, qualche centinaio di metri più a valle della partenza, ci siamo ritrovati tutti con gli occhi fuori dalle orbite per la cavalcata. Urgeva un cambio di strategia: poche pagaiate ma decisive, per evitare di spezzarsi inutilmente le braccia.
Infine, arrivati allo sbarco, un simpatico Colombiano ubriaco ci ha intrattenuti, durante l'attesa dell'autista, offrendoci del "guarapito", una sorta di bevanda alcolica a base di mais, calda e con un forte sapore di fermentazione.
Il giorno seguente abbiamo scoperto una perla nascosta dei fiumi colombiani: rio Encino. Solo per raggiungere l'imbarco ci sono volute ore, tra strade sterrate, guadi di fango e paesaggi meravigliosi nel cuore inesplorato delle montagne colombiane.
3h 20 min di creek classe III - IV in difficoltà calante fino all'ultimo tratto di II e III.
L'imbarco (6°6'52"N, 73°4'36"W) è in una stupenda gola molto profonda alla confluenza di due fiumi. Da lì il fiume scorre con pendenza costante senza mai creare rapide impraticabili o troppo impegnative. La sensazione è di essere nel mezzo di una jungla molto fitta con grossi rami che lasciano pendere le loro radici aeree e lo loro barbe bromeliacee fino dentro l'acqua, ma ad un'attenta analisi si nota che tutt'intorno sono presenti fattorie e animali da allevamento.
Lo sbarco (6°11'4"N, 73°10'45"W), molto semplice da individuare, è subito prima di un ponte di ferro.
Dopo questa emozionante discesa, la sera abbiamo dovuto portare Gigi alla clinica di San Gil con nausea, vomito e febbre molto alta; un sospetto è subito ricaduto sul guarapito del pomeriggio precedente!
Per fortuna una notte di flebo ed il nostro compagno è ritornato in piedi costretto, però, a saltare l'ultimo giorno di canoa della zona di San Gil.
Il 10 gennaio, giornata conclusiva, è stata dedicata al rio Fonce, ma questa volta al tratto che da sotto il paese di San Gil scorre fino alla confluenza del Suarez.
Percorso privo di molte informazioni perché era stato disceso da Cesar solo una volta, circa 10 anni prima.
La logistica è stata comunque semplice: partenza all'ultimo ponte di San Gil e sbarco, quando si è stanchi o quando si vuole, sulla riva sinistra; è sufficiente superare 50 metri di jungla che separano il fiume dai pascoli e camminare in cerca di una "finca" da dove si può chiamare e far arrivare l'autista.
Per quanto riguarda il fiume invece non è così immediato. Immaginate 300 m3/s che scendono con la pendenza di un creek su un letto di enormi pietroni di basalto acuminato che formano soglie con buchi enormi e senza uscita. Dopo 4 ore e circa 4 km di discesa, giunti all'ennesimo passaggio impraticabile mostruoso, siamo sbarcati nei pressi di una "finca" dove ci hanno offerto frutta fresca e spremuta di mandarino mentre attendevamo l'autista.
Non vi sembra assurdo che un tratto così bello e così comodo per imbarchi e sbarchi sia stato percorso solo una volta e noi siamo stati i secondi di sempre?
GUAYABETAL VILLAVICENCIO
Con un trasferimento di quasi ventiquattro ore, anche a causa di un incidente che ci ha tenuto tutta una notte in coda in pullman, siamo giunti nel triste villaggio di Guayabetal (4°12'59"N, 73°48'57"W) dove c'è la compagnia di rafting di Theo un francese che ha deciso di fare della Colombia la sua casa e della tranquillità il suo stile di vita.
Appena arrivati ci siamo trovati davanti il rio Blanco, III – IV grado in una spettacolare valle in pieno stile colombiano! (imbarco: 4°13'5"N, 73°52'41"W; sbarco: 4°12'15"N, 73°48'36" nei pressi di Guayabetal).
Il 13 gennaio svegli intorno alle 4.00am per raggiungere il lontano rio Azul. Quel giorno ho realizzato uno dei miei sogni: raggiungere l'imbarco di un fiume, completamente sperduto tra i monti, con un trekking di circa 3 ore in tutta comodità con i muli ci portavano le barche mentre noi dovevamo solo goderci il panorama. Meraviglioso! Lo testimonia la scheda SD della mia Canon che ha dovuto sopportare la memorizzazione di centinaia di foto. All'imbarco (3°47'52"N, 73°56'50"W) abbiamo compreso il significato del nome rio Azul, un creek di acqua cristallina color turchese che scorre verso valle riflettendo il verde della lussuriosa vegetazione circostante.
Dopo circa 2 km di III – IV si raggiunge la confluenza con il rio Ariari ed il volume d'acqua cambia notevolmente regalando rapide impegnative in una valle molto stretta. La sensazione di essere in un altro mondo è accentuata dai cercatori d'oro che con l'acqua alle caviglie girano instancabili i loro grossi setacci. Le loro capanne sulla riva lasciano intuire che, anche se lavorano con il prezioso metallo, non deve essere una ricerca molto redditizia.
Allo sbarco (3°46'40"N, 73°51'24"N) abbiamo assistito ad un copione già visto: protagonista un Mario, delirante, di un insano colore verde e con febbre molto alta, in volata verso la clinica di Villavicencio, che per sua sfortuna distava qualche ora di jeep.
L'indomani, recuperato il nostro sfortunato compagno, ci siamo diretti verso la famigerata Medellín per l'ultimo atto del nostro viaggio.
MEDELLÍN
Questa grossa metropoli appare completamente diversa da Bogotá, con i suoi grattacieli residenziali rivestiti di mattoni rossi, la metropolitana sopraelevata e soprattutto i locali notturni della "zona Rosa" che offrono divertimento sfrenato a tutte le ore della notte!
Il 15 gennaio doveva essere una giornata di relax prima dell'ultimo giorno di canoa in Colombia, e fino al tardo pomeriggio così si è rivelata… i problemi sono cominciati quando ci siamo addentrati nella "zona Rosa" per l'aperitivo.
Il sabato notte di una delle città più famose per la perdizione in tutto il Sudamerica ci ha travolti come un uragano e prima delle 5 di mattina non siamo riusciti a raggiungere l'ostello.
L'indomani mattina mi c'è voluto tutto il mio amore per la canoa per alzarmi di buon ora e cercare di organizzare una discesa. I ragazzi non avrebbero dato cenni di vita fino a che non ci fosse stato tutto pronto, quindi, armato di buona volontà, ho noleggiato un fuoristrada gigante (perché se le cose si fanno, si fanno bene!) che ci è stato portato davanti all'ostello. Al che tutti hanno capito che non facevo per scherzo e si sono dovuti alzare e preparare per la giornata sul fiume.
I fiumi più vicini della zona erano il rio Chirimurro che confluisce nel rio Guatapè; a circa 2h30min di macchina da Medellín. La logistica è stata, stranamente, semplice: lasciati Gigi e Alex all'imbarco (6°17'34"N, 75°4'4"W), Mario ed io siamo andati a cercare lo sbarco (6°17'36"N, 75°1'41"W) lungo la strada che costeggia il fiume. Per il recupero abbiamo fermato una specie di tuk tuk in stile Thailandese che ci ha portati fino all'imbarco per due soldi.
Più che in un fiume sembrava di essere in un giardino botanico, alberi carichi di fiori di ogni genere coloravano la valle mentre una enorme massa di acqua verde scorreva tra grossi pietroni arrotondati color ocra. Purtroppo un difficile e lungo trasbordo ha leggermente peggiorato il giudizio finale del fiume costringendoci a sbarcare dopo il tramonto; la bellezza dei paesaggi attraversati sia in macchina che in canoa, le rapide di tutto rispetto e la semplicità nella logistica determinano comunque un ottimo piazzamento dei fiumi Chirimurro e Guatapè nella mia personale classifica delle discese Colombiane.
Arrivati a questo punto era giunto per noi il momento di ripiegare verso Bogotá per cominciare le operazioni di rientro a casa che, come previsto si sono rivelate alquanto complesse; non starò qui ad annoiarvi con i dettagli, vi basti sapere che, tra le altre cose, abbiamo rischiato di perdere l'aereo litigando per riuscire a caricare le canoe!
Nel complesso è un'esperienza che consiglierei a un gruppo ben affiatato di canoisti abituati a viaggiare perché, nonostante le fatiche, quello che resta nei ricordi è la bellezza dei luoghi, delle persone e dei fiumi. Per gli amanti dell'esplorazione fluviale ci sono ancora centinaia di fiumi di cui non si sa assolutamente nulla e che celano sicuramente quanto di meglio ci si possa aspettare dall'esperienza canoistica.
IO CI TORNEREI ANCHE DOMANI!!!
Testo: Filippo
Grazie alla Cusu per le correzioni
⇑   INIZIO PAGINA   ⇑
 
 
webmaster area © filippobrunetti.it - 2019